POLTRONE CINEMA: DALLE VECCHIE SALE CINEMATOGRAFICHE A NUOVI CONTESTI

2019-04-09T16:16:00+02:00

IL RESTAURO CREATIVO DELLE POLTRONE CINEMA NEL PROGETTO DI SUSANNA MARABINI

Scritto da Mariangela Berardi. Editing di Sara Bizzocchi. Servizio fotografico di Gabriele Corni.

“Tylko swinie siedza w kinie! Solo i porci vanno al cinema!

Se avessimo dovuto credere a questo slogan della resistenza dipinto sui muri dei cinema di Cracovia, io sarei dovuto essere un maledetto porco. Perché conobbi molto presto ciascuna delle sedie in legno luccicante di tutte le sale della città.”  Roman Polanski (1)

Esiste una storia del cinema e una storia delle sale cinematografiche. Ed è proprio con il risvolto di queste storie, che se ne viene a scoprire un’altra altrettanto suggestiva: la storia del legame tra lo spettatore e le sale in cui ha coltivato la propria adorazione per l’arte delle immagini in movimento.

“La sala cinematografica è stata nel Novecento la cattedrale del desiderio per miliardi di persone, il luogo di celebrazione di un’infinita serie di riti di tipo mondano e laico, emotivo, erotico, conoscitivo, ideologico. […] la memoria della sala si trasmette con una forza non inferiore a quella dei film”.(2)

L’intimo e insondabile legame intrattenuto con questi luoghi ha da sempre ispirato il desiderio di avvicinarsi ai primi modelli di sala cinematografica. Nel corso del ‘900, la produzione delle poltrone dei cosiddetti palace, i cinema che venivano costruiti con il lusso tipico dei grandi teatri, era affidata a una lavorazione tipicamente artigianale. Le poltrone, differenti in ogni cineteatro, erano di dimensioni ridotte rispetto a quelle su cui sediamo oggi nei nostri multisala. La loro struttura era interamente costruita in legno e solo in casi eccezionali era rivestita in velluto rosso. L’eccezionalità di questi pezzi unici ha permesso a ogni cineteatro di formarsi così una propria identità.

La fitta disposizione delle poltrone e la vicinanza delle sedute degli spettatori nei piccoli monosala della prima metà del novecento, innescavano il tipico brulichio di voci che tutt’oggi precede l’inizio di un film; a quei tempi questa impostazione però faceva riferimento ad una vera e propria architettura dell’intimità, in grado di avviare dinamiche relazionali tra spettatori e contesto. Nella nostra memoria collettiva, le piccole poltroncine in legno diventano il simbolo di un’epoca passata, i cui valori stanno via via svanendo. Nello specifico, le vecchie sale hanno visto la loro nicchia di mercato fagocitata dai modernissimi multisala, e il loro spazio fisico riconvertito in altre tipologie di esercizio. Il loro progressivo smantellamento ha portato, nei casi più fortunati, al migrare sul mercato dell’antiquariato – anche online – di quelle stesse poltroncine, che trovano un nuovo riutilizzo venendo collocate in altri contesti pubblici e privati.

È proprio in questa azione di recupero che si colloca l’affascinante esperienza di Susanna Marabini. Laureata in Conservazione dei Beni Culturali, restauratrice di ceramiche, la Marabini ha ideato originali progetti creativi legati alla produzione di pezzi unici e numerati di arredo per mezzo del riutilizzo e della combinazione inedita di materiali preesistenti ed eterogenei.

Il progetto “Poltrone Cinema”, avviato nel 2012, nasce un po’ per caso: la serie, in continua crescita, è composta da pezzi artigianali, realizzati a partire da poltrone di vecchi cinema, recuperate in tutta Italia.

Per ottenere le poltrone, Susanna Marabini, si affida al passaparola, ai rivenditori di materiale cinematografico, ma anche alla ricognizione in prima persona di sale in disuso, recuperando tutto ciò che secondo il suo giudizio potrebbe essere rivalorizzato e riutilizzato in nuovi ambiti.  Dopo la fase di recupero e ripulitura – che assomiglia ad un vero e proprio restauro – le poltroncine vengono rifoderate con nuovi tessuti, anch’essi recuperati, dando così il via ad un dialogo di stili tra loro eterogenei. I tessuti provengono da rivendite di fiducia di alto livello, oltre che da fornitori che propongono resti di magazzino, stock provenienti da negozi in fallimento o chiusura, depositi di preziosi tessuti vintage di ottima qualità ormai fuori produzione.

Questa fase di ricerca dei materiali è descritta da Susanna Marabini come la più interessante ed intrigante di tutta la fase progettuale: ciò che inizialmente sembrava un hobby temporaneo è divenuto col tempo un lavoro a tempo pieno, ampiamente apprezzato sia da privati che da negozi di arredamento italiani e internazionali.

Le Poltrone Cinema vengono riproposte in diversi colori e materiali, dal velluto al Gobelin, che imita eleganti arazzi, dal tessuto realizzato ad uncinetto alla tela di juta, alle stampe più eclettiche. Tra il classico, il floreale, il geometrico, l’urban style dei graffiti, non manca l’attenzione al fumetto: la poltroncina Comix, ricoperta di fodera con stampa di intere tavole di vignette, quella Diabolik, con l’omonimo amatissimo personaggio, la Bellissima, decisamente pop, che richiama le opere di Roy Lichtenstein. L’estrema varietà dei materiali e la scelta dei temi per le fodere fa sì che le poltrone possano essere adattabili a stili di arredamento eterogenei, a contesti privati e pubblici, soddisfacendo così le richieste di un pubblico assai ampio. Ne è esempio la recentissima produzione di alcuni pezzi dedicati a Frida Kahlo (a cui è dedicata proprio in questi mesi una grande mostra, al MUDEC di Milano), dove il ritratto della pittrice è dipinto a mano sul tessuto floreale scelto per il nuovo rivestimento.

L’operazione dietro le Poltrone si pone in maniera trasversale, intercettando i campi dell’artigianato, dell’arredamento, e di metodologie dichiaratamente artistiche. Alla base di ogni Poltrona rivalorizzata si possono riscontrare analogie con alcune pratiche contemporanee, quali la decontestualizzazione di un oggetto, la sua trasformazione ed infine la ricontestualizzazione in un luogo altro che lo carica di significati semantici completamente nuovi. L’operazione di reimpiego e risignificazione ha per di più doppia valenza in quanto, come si è già detto, investe sia la struttura delle poltrone che i tessuti impiegati per i nuovi rivestimenti.

Come in una pellicola cinematografica il montaggio dà vita ai nuclei di senso del film, così l’incontro di materiali diversi, ciascuno con la sua storia, fa nascere in postproduzione – per citare Nicolas Bourriaud – nuove narrazioni contenute nel pezzo unico finale.

Proprio dal linguaggio mediatico e cinematografico il critico francese ha preso in prestito il termine postproduction per descrivere una delle caratteristiche più evidenti del mondo culturale e artistico contemporaneo: mai come nella nostra epoca infatti è chiaramente percepibile che nulla si crea e nulla si distrugge; ogni prodotto culturale è un palinsesto infinito, composto da opere, idee, frammenti preesistenti, che solo nel montaggio finale generano una nuova opera carica di un valore aggiunto.

E se di palinsesto parliamo, allora le Poltrone di Susanna Marabini, frutto di una sorta di postartigianato (in cui creare lavorando il preesistente), appaiono a maggior ragione collocabili in questa definizione.

Note:

  1. Roman Polanski, Roman by Polanski, 1984, edito in Italia da Bompiani
  2. Gian Piero Brunetta, Enciclopedia del Cinema, 2004, voce: Sala cinematografica
  3. Nicolas Bourriaud, Postproduction, 2004, Postmedia books
  4. Idem, p.82
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