LO SPAZIO INTESO COME CONFINE, TERRITORIO INSTABILE DA ATTRAVERSARE

Scritto da Sara Bizzocchi. Servizio fotografico di Claudia Cucca.

In HabitatVivo, Marco De Santi presenta nel soggiorno del loft, l’opera “Transumanze”, un’installazione realizzata con vecchie sedute, grès porcellanato, legno e specchi. “Transumanze” riflette sull’abitare in una concezione nomadica del territorio e sulle capacità dell’individuo di adattarsi continuamente a nuovi spazi.

SB: Come pensi si inserisca “Transumanze” all’interno della mostra HabitatVivo?

MDS: Nel contesto di HabitatVivo, “Transumanze” può essere vista come una riflessione sulla nostra società in continuo movimento e in continuo spostamento. Siamo corpi che si spostano costantemente e allo stesso tempo in qualità di corpi attiviamo lo spazio che percorriamo facendolo diventare un organismo vivente.

SB: Sulla base di questa riflessione ho interpretato la tua opera in dialogo con il modulo abitativo “BIT-Home” di Kyma Design e per questo motivo ho deciso di posizionarle nello stesso ambiente. Trovo che in qualche modo il loro dialogo sia valorizzato dal fatto che trattate tematiche simili, in ambiti però diversi. Tu parli attraverso il linguaggio artistico mentre Kyma Design attraverso l’architettura. Quali considerazioni hai riguardo a questo dialogo?

MDS: Penso sia molto interessante. Entrambi abbiamo lavorato su questo concetto di spostamento che si contrappone alla staticità sia degli individui sia delle case che siamo abituati a pensare fisse in un punto. Il mio intento era quello di indagare sul concetto di nomadismo come modello di vita nuovo e quando mi hai parlato di “BIT-Home”, ho subito pensato che fosse il mio lavoro traslato però nel contesto del design e dell’architettura perché anche questo progetto è pensato per non essere fisso in un luogo bensì inserito in contesti diversi.

SB: L’opera “Transumanze” ha anche un titolo che indica di per sé uno spostamento. Transumare significa attraversare, transitare sul suolo. Implica quindi un concetto nomadico.

MDS: Questa cosa del nomadismo l’ho ricondotta ai flussi di persone che si spostano continuamente e l’ho contrapposta alla sedentarietà. Ho ragionato su questo aspetto, mi interessava capire come poter rappresentare la nostra società che viaggia veloce assieme alle tecnologie. Volevo ragionare sul nuovo modo di vivere: la gente spesso è costretta per studio, per lavoro a spostarsi e cambiare casa. Anche il loft in cui è inserita la mostra, la Pophouse, è uno spazio in cui la tecnologia interferisce tanto con l’ambiente, con voi che lo abitate, con i vostri oggetti e con i vostri ricordi. Tutto ciò che avviene all’interno si relaziona ed è in questi termini che si parla di un “habitat vivo”, di un organismo che vive e che pulsa. Ho frequentato già alcune volte questo loft e penso che sia una realtà interessante proprio per questo aspetto perché è uno spazio attivo, laboratoriale…

SB: Si può dire che “Transumanze” metta in discussione anche il concetto stesso di spazio? Attraverso l’uso degli specchi che creano illusioni ottiche, lo spazio dell’opera sembra cambiare, deformarsi ed estendersi…

MSD: Sì, è infatti un invito a riconsiderare gli spazi come confini labili, come territori modificabili. Se si guarda verso uno dei due specchi si riesce a notare che lo spazio si riproduce e per via dell’inclinazione degli specchi l’andamento di questo spazio è leggermente curvilineo andando quasi a somigliare alla superficie di un pianeta…

SB: Parlando proprio del concept della mostra, il nostro intento in HabitatVivo è stato quello di mettere insieme due ambiti diversi come l’arte e il design per verificare gli effetti di una possibile contaminazione tra le stesse. Come ti inserisci in questa riflessione? Cosa ne pensi?

MDS: Appartenendo a entrambe le professioni, le mie riflessioni si aprono su argomentazioni che possono provenire sia dal campo artistico che da quello del design. Per me non esiste una reale differenza. Trovo in entrambe elementi comuni sia per quanto riguarda la progettazione sia per la casualità degli esiti. L’ispirazione è qualcosa che accomuna sia l’arte che il design e così come la progettazione effettiva. Quando devo creare qualcosa, che si tratti di un oggetto artistico o di un oggetto di design, non penso inizialmente alla funzione come requisito primario. Mi lascio ispirare anche dal caso, da accostamenti involontari. Ciò che viene fuori da questa prima fase è quindi un qualcosa che viene definito solo a posteriori e che prende spunto sia da riferimenti artistici che da aspetti più progettuali.

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