INTERVISTA A MATTEO DI CIOMMO

2019-06-27T15:09:29+02:00
Matteo Di Ciommo

“Dai un occhio a questo progetto!” esordiva il designer Giuseppe Arezzi mentre lavoravo con lui alla sua intervista qualche mese fa. Mi fece visionare sulla pagina web dell’editoriale Domus un articolo di Olga Mascolo che portava il seguente titolo: “Una scala è (anche) un portacandele”. Il testo riportava “Vivere per sopravvivere, 99 modi per tenere una candela” (2017), un progetto di Matteo di Ciommo, che grazie, alla pratica del “ready made”, studia ben novantanove modi di reggere una candela (trovate il link alla fine dell’intervista). Una collezione di portacandele, pezzi unici che mettono in discussione il senso del progetto. Si tratta altresì di un invito a “tornare alla quotidianità della vita, alle sue piccole necessità, alla sua modesta richiesta di attenzione”.

Una volta visto il progetto, volli subito incontrare Matteo.

Romano di nascita, milanese d’adozione, il progettista Matteo di Ciommo studia prima “Disegno Industriale” alla Sapienza di Roma poi “Design del Prodotto” al Politecnico di Milano dove ha la possibilità di formarsi con il Maestro Michele De Lucchi, per poi lavorare al suo fianco come modellista.

Lo incontrai la prima volta presso la Triennale di Milano: persona pacata, riflessiva e ironica. Ci fumammo una sigaretta con Arezzi e parlammo di come realizzare quella che sarebbe diventata quest’intervista, realizzata ad Aprile nel salotto della sua meravigliosa casa in Porta Ticinese, abitazione condivisa con Arianna Vairo, sua compagna e brillante illustratrice.

Intervista Matteo Di Ciommo - POPHouse Magazine - Crediti: Martina Dell'Utri

SB: In questa intervista vorrei che emergesse il tuo singolare approccio al mondo della progettazione. Ti conosco da qualche mese e quando sono venuta qui per lo studio visit non ho potuto fare a meno di notare che, per raccontarti e presentare i tuoi progetti, senti spesso l’esigenza di partire da diversi testi letterari e filosofici. Questo mi affascina perché, nel tempo, hai elaborato pensieri molto critici sullo statuto dell’oggetto di design e sullo statuto di opera d’arte, così come sulla sottile – quanto necessaria – linea di confine che esiste tra i due. Vorrei quindi partire proprio dal concetto di Cosa che sta alla base di tutto il tuo pensiero: per quali caratteristiche si differenzia dall’ Oggetto e perché è così importante? 

MDC: C’è una sostanziale differenza tra Cosa e Oggetto. Le cose instaurano con noi un dialogo più intellettuale che puramente funzionale. Le cose vivono, vivono anche più vite diverse rispetto alla loro funzione, ad esse ci si affeziona, in qualche modo gli si vuole bene e si continua a tenerle vicine. Al contrario, ciò che identifichiamo come oggetto è l’essenza pura della funzione e non fa altro che eseguirla. La cosa è importante, perché, quando si progetta, se si pensa esclusivamente alla pura funzione, si rischia di entrare in un discorso prettamente tecnico. Invece, il progetto di design, così come i progetti artistici ed estetici in generale, dovrebbero tenere conto di una natura che non sia funzionale, bensì estetica. Le cose devono puntare ad essere qualcosa di Bello. La cosa ha una vita propria, quindi ci accompagna nel nostro percorso di vita e, involontariamente, noi ci leghiamo a lei. Ci accompagna, ci sta di fronte e vive indipendentemente da noi. Heidegger, all’interno di un suo saggio, scrive: “La cosa coseggia”. È  un qualcosa che non riusciamo a descrivere con precisione, sfugge a qualsiasi senso logico e ritengo che questo suo aspetto sia incredibile. Sfugge alla nostra capacità logica di comprenderla e afferrarla completamente. Sono sicuro che la cosa nasce lì dove nasce il pensiero del Bello, perché esso, nasce nel momento in cui un pensiero non è concettualizzabile. È un po’ una concezione kantiana, cioè un qualcosa di cui non abbiamo una conoscenza scientifica esatta, non possiamo averla, ma possiamo criticarla attraverso la facoltà di giudizio. Ecco perché è importante che l’oggetto non si esaurisca nella pura funzione e che la forma di un oggetto che diventa cosa non descriva soltanto un utilizzo, sarebbe tutto troppo sterile. Noi umani cerchiamo qualcosa che riesca ad andare oltre il pragmatismo e noi designer dovremmo comunicare un messaggio ulteriore nei nostri oggetti piuttosto che limitarci a promuovere una semplice funzione.

SB: Per l’evento del Salone del Mobile di quest’anno, hai scritto e presentato al Teatro Franco Parenti “Una sedia che voleva diventare un paesaggio”, un racconto breve di una sedia che parla a un designer e gli chiede di essere trasformata in un paesaggio per non essere più considerata oggetto, ma cosa. La sedia dice al designer: ”Fammi diventare questo; indimostrabile, inconfutabile. […] Voglio diventare immaginazione e memoria. Pietro fammi diventare paesaggio”. Perché il paesaggio si collega al concetto di cosa?

MDC: Le cose, più che un oggetto sono un’atmosfera, un paesaggio di cui percepiamo la profondità ma non riusciamo a mettere bene a fuoco nessuno dei particolari. “Una sedia che voleva diventare un paesaggio” è sia un racconto che un progetto vero e proprio: dieci sedie che si sviluppano in paesaggi perdendo la loro connotazione funzionale e diventando un qualcosa di più evanescente. Le sedie provocatoriamente esclamano: “Basta! È tutta la vita che serviamo soltanto per sedercisi sopra, vogliamo diventare qualcosa di diverso, vogliamo diventare paesaggi”. Proprio perché il paesaggio non ha una funzione specifica riesce a suscitare indeterminate sensazioni fondamentali per il sentore estetico, sfuggenti quanto indicibili, ma assolutamente necessarie.

Una sedia che voleva diventare paesaggio - Matteo DI Ciommo - Crediti: Manuele Blardone

SB: Come definiresti il progetto nella tua visione delle cose?

MDC: Qualche anno fa lessi su Repubblica che per Enzo Mari il progetto era un atto di guerra; per me questa guerra non c’è mai stata e se ci fosse stata, sarebbe stata persa in partenza. Penso che il progetto sia, al contrario, un atto d’ amore. Se si progetta qualcosa lo si deve fare per amore.

SB: Il progetto “Stando così le cose”(2016) prende spunto dalle “Shadow Boxes” di Joseph Cornell?

MDC: Sì esatto, il mio voleva essere un riferimento a Cornell. A proposito delle sue scatole, Charles Simic ha scritto un bellissimo libro intitolato “Il cacciatore d’immagini”, dove l’autore spiega come il pensiero di Cornell legato al concetto di cosa apre un panorama intellettuale completamente magico. Con Cornell si parla di oggetti incorniciati che diventano cose. La cornice esula l’oggetto dalla sua funzione e – in qualche modo – lo proietta in un mondo immaginifico.

Stando così le cose - Matteo Di Ciommo. Crediti: Aziza Vasco

SB: Rispetto ad altri designer che ho intervistato, tendi ad evolvere tutto in maniera filosofica. Anzi, forse è proprio la caratteristica che ti differenzia. Il progetto finale non è né una sedia né un tavolo né altro qualsivoglia oggetto con una funzione specifica per come solitamente ci si aspetterebbe da un oggetto di design.

MDC: Sì esatto; il mio è un lavoro è una ricerca sulla bellezza in generale, quindi reputo sia giusto, oltre che progettare, studiare tanto, anche filosofia. Leggere e studiare di tutto mi permette di non concentrarmi soltanto su oggetti funzionali, è un po’ la ricerca che decide per me ed io la seguo indipendentemente dal risultato.

SB: I tuoi progetti sono espedienti per raccontare storie. Essi diventano i protagonisti di un complesso discorso, una narrazione che non termina mai. Mi viene in mente, ad esempio, “Atlantide. Sei vasi con paesaggi in bronzo” (2018).

MDC: Sì, giusto. Il solo pensiero che Atlantide esista davvero è un sincero desiderio di meraviglia. Non volevo fare dei semplici vasi per contenere fiori. Volevo cercare un contenitore che potesse avere una vita propria, indipendente dal suo contenuto; un contenitore che potesse rimanere vuoto o anche spoglio. Volevo che il contenitore fosse animato di una sua vita intima e che non fosse qualcosa da riempire. Ho pensato ad Atlantide, ho riflettuto sull’acqua e quindi ho immaginato paesaggi sottomarini che creassero un orizzonte o un panorama. Così facendo, il vaso vive nell’acqua; diventa paesaggio vivente con il proprio contenuto, accendendo una piccola scintilla di stupore e meraviglia in chi lo osserva. Atlantide è un paesaggio e vive di per sé; aggiungendogli i fiori, essi vivranno con il paesaggio, ma il vaso viveva già prima, vive poi con i fiori e vivrà anche dopo la loro decaduta. Il mio, è stato un tentativo di andare oltre la funzione di vaso. Quanti vasi hai visto la scorsa design week? C’erano tantissimi vasi, ricerche sulla forma e sui materiali. Io, forse con un piccolo escamotage, attraverso il paesaggio riesco a far diventare un vaso, un oggetto che trascende la sua funzione, altresì una cosa.

Atlantide - Matteo Di CIommo. Crediti: Manuele Blardone

SB: Non lavori sul contenitore ma sul contenuto, non i fiori, ma il vuoto che si crea dentro al vaso…

MDC: Esatto, sfrutto il vuoto dentro al vaso per fare diventare il vaso stesso un oggetto narrativo. Atlantide è bellissimo da vedere, anche solo riempito d’acqua. I modellini sono scolpiti in legno a mano da me e poi trasposti in bronzo.

Atlantide - Matteo Di CIommo. Crediti: Manuele Blardone

SB: Quali sono i tuoi riferimenti culturali?

MDC: Le mie referenze culturali si trovano principalmente nella musica, in particolare nel jazz, a cui mi ha fatto appassionare mio zio nel periodo della mia adolescenza. Poi c’è la musica classica e la poesia, una grande passione che condivido con mio padre… Insomma tutto fuorché il design, un mondo a mio avviso un po’ arido. Per fare un progetto, per come lo intendo io, meglio sentirsi un buon concerto di musica classica che andare ad un’inaugurazione (di design). Mi ispiro più alla cultura in generale che non al mondo del design che mi sembra un po’ citarsi addosso.

Intervista Matteo Di Ciommo - POPHouse Magazine - Crediti: Martina Dell'Utri
Intervista Matteo Di Ciommo - POPHouse Magazine - Crediti: Martina Dell'Utri

SB: E la miriade di libri in questa meravigliosa libreria?

MDC: Leggo tanto perché mi piace tanto. [I libri] Mi piace collezionarli e studiarli. Ad esempio qui – mi indica la libreria alle nostre spalle – c’è un reparto solo sui libri legate alle Cose.

SB: Dammi qualche titolo…

MDC: “Le cose”, l’impressionante romanzo di Perec. “Il mostro ama il suo labirinto” di Charles Cimic, “Gli oggetti e la vita” di Giovanni Starace, “La cosa” di Alberto Moravia e poi fa parte della mia libreria anche tantissima poesia. I poeti parlano molto delle cose proprio perché esse sono inafferrabili. La poesia vuole esprimere dei concetti e comunicare sensazioni in un modo che la narrativa o le altre arti non riescono a raccontare. I poeti hanno una capacità di capire le cose, un’abilità che secondo me manca a molti di noi…

SB: Tu scrivi poesie?

MDC: No, non lo faccio. Mi sono solo divertito a scrivere quarantacinque Haiku…o meglio dei ‘quasi Haiku’ ad accompagnare le illustrazioni di Arianna. Con lei è nata la pubblicazione “Andando a tango”. Gli Haiku s’immergono nel reale, ogni piccolissima azione nell’Haiku ha un valore di portata immensa; valorizza l’osservazione più che l’ostinata volontà di scoprire. È la testimonianza di un disvelamento del mondo, una testimonianza disillusa e magnifica.

Andando a Tango - Di Ciommo e Vairo

SB: Al di là del fatto che ogni tuo progetto è un pezzo unico proprio perché è realizzato artigianalmente, trovo ci sia un valore che ti rende unico nel tuo modo di intendere il progetto e di metterlo in pratica. Mi spiego: ho conosciuto molti designer che raccontavano la loro progettualità in termini puramente tecnici e funzionali, com’è giusto che sia. Mentre ora mi trovo piacevolmente confusa, perché davanti ho un professionista che mi parla di progetto in termini filosofici e critici con un pensiero molto profondo e personale che esula dalla descrizione di tecnologie. Trovo molto interessante che si parta da un libro, da un concetto scritto e ragionato, per descrivere un progetto. Perché il design ha anche questo lato, questo spazio dedicato alla pura critica, alla forma più concettuale con cui ci si approccia ad ogni progetto. Riesci a percepire il valore dell’unicità che sta dietro ai tuoi lavori? Ne sei consapevole?

MDC: Sì assolutamente. La mia ricerca parte dallo studio. Volevo studiare filosofia prima di dedicarmi al design, poi ho capito che attraverso la ricerca della progettualità del Bello potevo fare al contempo anche filosofia. Anzi, potevo farlo proprio sporcandomi le mani, facendo una filosofia più attenta alla realtà, partendo dallo studio e trovando poi sempre dei campi di ricerca più di nicchia. Ora per esempio vorrei ragionare sui ventagli. Tra l’altro l’ultimo numero di “Inventario” di Beppe Finessi è proprio dedicato ai ventagli.

SB: Perché ti interessano i  ventagli?

MDC: Perché il ventaglio è un oggetto che ha perso la sua dignità di esistere in quanto funzione, non lo si usa praticamente più. Però è magico, perché quando lo si apre – come quando si apre un libro o il leporello di un artista – ci si trova già davanti a una narrazione; l’oggetto che viene aperto, racconta una storia.

SB: Penso che il tuo lavoro più importante sinora siano i “Comignoli” (2018). 

MDC: Sì…i miei Comignoli non servono praticamente a nulla, sono delle sculture.

S’interrompe  e  si alza per raggiungere la libreria dietro di sé…apre uno dei tanti cassetti e pesca una serie di piccole pubblicazioni autoprodotte che raccontano ognuna un progetto diverso.

Tornando a sedersi, porta con sé “Comignoli”, il volume che narra fotograficamente tutta la serie di comignoli in legno realizzata a mano e iniziamo a sfogliarlo insieme, parlando proprio di ciò che lo ha ispirato.

Intervista Matteo Di Ciommo - POPHouse Magazine - Crediti: Martina Dell'UtriComignoli - Matteo DI Ciommo

MDC: Questo progetto è nato grazie ad Arianna, la mia compagna. Durante le nostre gite fuori porta in montagna, mi fece notare mentre passeggiavamo i comignoli sui tetti delle case. Ne abbiamo trovati alcuni molto particolari che ho selezionato fotograficamente e che ho poi realizzato in legno di noce, o combinando mogano e ciliegio. Sono partito dall’osservazione di comignoli che esistono realmente. Tutti i dodici comignoli progettati sono ispirati ai comignoli scovati a Pavia, a Verona e in Piemonte; sono pazzeschi, incredibili!

Comignoli - Matteo Di Ciommo. Crediti: Manuele Blardone

SB: Il tuo occhio cade sempre sui dettagli che di solito sfuggono, passano in secondo piano, o addirittura non vengono notati.

MDC: Dovremmo fare molta attenzione a non farceli sfuggire! Le piccole cose sono molto più importanti di quello che pensiamo e osservando proprio i comignoli ho capito che non sono solamente dei dettagli architettonici, ma sono delle architetture vere e proprie. Normalmente i comignoli sono Cose; lassù, sul tetto, cose che nessuno guarda o che alle volte sono impossibili da vedere. Sono però realizzati con cura meticolosa, i dettagli sono pazzeschi, nonostante si osservino a debita distanza e servano a far passare il fumo. Ho voluto rendere omaggio a questa bellezza. I miei comignoli sono sculture che si possono vedere da vicino, ho azzerato questa distanza visiva e mi sono messo a studiarne i dettagli e a replicarli proprio per dire: “Fermatevi ogni tanto e guardate in alto sui tetti…guardate il comignolo con che cura è stato studiato”. Chi ha costruito quei comignoli è sicuramente riuscito a far diventare un oggetto di pura funzione un’ architettura vera e propria.

Comignoli - Matteo DI Ciommo
Comignoli - Matteo Di Ciommo. Crediti: Manuele Blardone

SB: Per te, è più importante l’oggetto finale o lo studio che viene fatto a priori?

MDC: Eh questa è una bella domanda! Entrambi. L’estetica richiede per forza una forma finale che è indubbiamente molto importante. Tuttavia, per me è altrettanto importante tutto lo studio che mi porta inevitabilmente a questa forma finale. Ho un approccio molto critico sui progetti, come anche un orientamento filosofico da cui non mi posso esimere. Ecco, per esempio, questi sono tutti gli schizzi dei comignoli, sono le bozze di quello che poi andrò a replicare su legno; per me questo è già parte del progetto. L’autoproduzione, per me cominciata con Alessandro Mendini, Ugo La Pietra e Michele de Lucchi, permette una sperimentazione che il classico brief di progetto “fammi una sedia che costi tot” non potrebbe mai avere. L’autoproduzione è una risorsa intellettuale che ogni singolo designer dovrebbe avere, una risorsa che gli permetta di costruire una propria critica, un proprio giudizio sul progetto e sul prodotto finale. Per il momento non faccio sedie, sono consapevole che questo potrebbe essere considerato un mio limite, ma non riesco a trovarci qualcosa di interessante. Invece mi sono divertito tantissimo a realizzare il progetto “Comignoli”.

SB: In “Scatole e templi”(2017) hai ragionato sul concetto di scatola/scrigno…

MDC: Penso che non sia giusto chiamare una scatola semplicemente “scatola”; dovremmo chiamarla scrigno, perché al suo interno contiene la nostra vita. Anche i templi sono delle scatole, solo più grandi. Dovremmo rispettare ogni piccola cosa come fosse la più grande. Pensiamo ai contenitori domestici che usiamo come depositi momentanei dei nostri averi, come gli svuota tasche, le scatole dei sigari o gli astucci per la cosmesi; penso che questi oggetti siano considerati oggetti di secondo ordine, alla stregua di utensili puramente funzionali. A mio modesto parere, le scatole che ognuno di noi ha in casa non sono solo delle scatole, ma degli scrigni che conservano le nostre giornate, giornate che vanno gradualmente a costituire la nostra vita e la nostra essenza. Forse dovremmo provare un senso di meraviglia più forte verso ciò che è quotidiano e che ritorna, giorno per giorno, con un susseguirsi fidato. Vorrei che delle semplici scatole diventassero nuovamente custodi dei nostri piccoli rituali quotidiani, scrigni di dimesse ricchezze che fanno di ogni nuovo giorno una celebrazione della vita. Dovremmo aprire i nostri contenitori ogni volta come se stessimo scartando un regalo. Il medesimo contenitore, sempre uguale, ma in grado di emozionarci come alla sua prima apertura, capace di suscitare la stessa gioia che ci spinge ad affrontare ogni nuovo giorno.

Scatole e Templi - Matteo Di Ciommo - Crediti: Manuele Blardone
Scatole e Templi - Matteo Di Ciommo - Crediti: Manuele Blardone

SB: Un altro progetto che mi interessa affrontare e sempre legato ai dettagli, i veri protagonisti dei tuoi progetti, è “Grate dimenticate”(2016).

MDC: Le grate che calpestiamo per strada sono delle piccole camere delle meraviglie, sono una commistione di vita e casualità che si avvolgono come trefoli che si annodano in maniera indistricabile. Allo stesso modo gli oggetti perduti o abbandonati si accatastano in modo inoppugnabile. La grata diventa quindi un contenitore che custodisce. Questo è un altro progetto interessante; mette in luce le cose che vengono intrappolate all’interno delle grate. Tutti gli oggetti imprigionati nelle mie grate li ho raccolti ai mercatini dell’usato di Milano, quindi non sono casuali. Casuale è piuttosto la loro disposizione all’interno delle grate. Il progetto si interroga su cosa sia la progettazione estetica dell’oggetto. Per questo motivo è un lavoro legato alla critica di design ovvero non la progettazione del dettaglio -progettazione che si ferma in qualche modo nel momento in cui la grata viene chiusa- ma a quella dettata dal caso che poi fa il suo gioco… Forse è proprio questo il discorso più interessante che ruota sia attorno a “Grate dimenticate” che a tutta la mia ricerca. La mia riflessione è focalizzata sul progetto estetico.

Grate Dimenticate - Matteo Di Ciommo
Grate Dimenticate - Matteo Di Ciommo

SB: Questo progetto non ha una funzione dichiarata dagli aspetti formali, la forma non esprime nessuna funzione. Quindi non conoscendone la storia o il tuo intento, “Grate dimenticate”potrebbe essere associato più ad un intervento artistico che a un progetto di design. Tuttavia rimane vero il fatto che a decretare le caratteristiche finali dell’ oggetto di design o di opera d’arte è esclusivamente il designer o l’artista…tu come lo intendi questo progetto?

MDC: Certo, “Grate dimenticate”non è un intervento artistico, anche se devo dire ci assomiglia. È anche questo un progetto legato alla critica di design o più precisamente alla critica sul progetto.. È una mia riflessione personale, un’espressione concreta del mio tentativo di chiarirmi le idee. Non lo ritengo assolutamente un progetto artistico, più che altro è una rivelazione della realtà. Io osservo molto l’ineluttabilità della realtà quotidiana, è ciò che mi stimola a produrre progetti critici. Una storia c’è sicuramente dietro queste grate, ma io non la so. Non riesco a raccontare questa storia perché dietro il mio progetto c’è qualcosa che non ho pianificato, ma che esiste sicuramente, ed è appunto anche quello che ci dice la Cosa. La Cosaci dice: “Io ho una storia; non ve la racconto, sono muta, però ho una mia storia”e quindi siamo poi noi che, con il nostro pensiero, andiamo a cercarla.

SB: Uno dei miei progetti preferiti, di cui mi hai anche gentilmente omaggiataè “Specchi infranti”; una collezione di specchi che visivamente associo a“Grate dimenticate”..

MDC: Questo progetto è ispirato adue versi di J. L. Borges che recitano: “Di che divinità indecifrabile siamo noi uomini uno specchio infranto?”. Ho cercato di dare spessore materico allo specchio inserendo al suo interno pezzi di oggetti rotti a rappresentarne i frammenti. Lo specchio, quindi, non riflette completamente la superficie, in certe parti lascia intravedere una profondità. “Specchi Infranti”sono specchi che non riflettono precisamente, sono incerti, eppure altrettanto onesti, finestre sulle nostre imperfezioni. Il mancato riflesso, il dubbio che questi oggetti non rispecchino perfettamente l’esteriorità, ma ritraggano ciò che realmente siamo: una costellazione indecifrabile di frammenti.

Specchi infranti - Matteo Di Ciommo - Crediti: Aziza Vasco
Specchi infranti - Matteo Di Ciommo - Crediti: Aziza Vasco

SB: A questo punto vorrei capire come ti definisci..

MDC: Molti mi definiscono come “quello che fa cose belle con il legno”, o “quello che lavora il legno”che a me, a dire il vero, non piace molto – sorride – perché è un po’ riduttivo. Mi definirei più un “ricercatore della Bellezza”, oppure – non in termini filosofici – un progettista o auto-produttore.

SB: Non direi designer…

MDC: No, designer no; sono d’accordo…però è giusto dire che le mie ricerche appartengono al campo della critica legata al design.

SB: Roma… Cosa ti è rimasto della città eterna?

MDC: Sai cosa? Ho un accento fortissimo che non riesco ad ammorbidire! È un po’ inelegante però sì, l’accento da Romano ce l’ho sicuramente! (mi risponde ironicamente facendo emergere un forte accento romano). Sono nato  nel 1987 sull’isola Tiberina, sono un isolano. Dentro di me c’è la parte barocca di Roma. Amo il Barocco, fortemente presente a Roma: la Chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane del Borromini, il Campanile di Sant’Ivo alla Sapienza.. Nel Barocco la ferrea e scientifica prospettiva rinascimentale si deforma in maniera irreversibile, da ricostruzione del mondo diventa macchina scenografica, immagine conturbante. Questo, Roma te lo fa capire molto bene. Questo abbraccio caldo dell’architettura cerco sempre di metterlo nei miei oggetti; altrimenti, funzionerebbero e basta.

//

Scritto da: Sara Bizzocchi

Editing: Federica Bertozzi

Servizio fotografico intervista: Martina Dell’Utri

This website uses cookies and third party services. Ok
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: