FREESPACE: BIENNALE ARCHITETTURA 2018

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16ESIMA MOSTRA INTERNAZIONALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA CURATA DA YVONNE FARRELL E SHELLEY MCNAMARA

28 giugno 2018 – Venezia –  Scritto da Brenda Vaiani. Servizio fotografico di Brenda Vaiani.

“FREESPACE invita a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo, di inventare soluzioni in cui l’architettura provvede al benessere e alla dignità di ogni abitante di questo fragile pianeta. FREESPACE può essere uno spazio di opportunità, uno spazio democratico, non programmato e libero, per utilizzi non ancora definiti. Tra le persone e gli edifici  avviene uno scambio, seppur involontario e non programmato, e anche molto tempo dopo l’uscita di scena dell’architetto gli edifici stessi trovano nuove modalità di coinvolgendo le persone nel corso del tempo”.

Con queste parole, Yvonne Farrell e Shelley McNamara – note al mondo come Grafton Architects – nel Giugno del 2017 annunciavano ai partecipanti selezionati il Manifesto della 16° Biennale di Architettura di Venezia, presieduta da Paolo Baratta. L’esperienza che l’architettura concede a chi la abita e la vive, solo in apparenza risulta essere totalmente corporea. Come testimoniano alcune delle proposte che questa sedicesima Biennale vede come sue protagoniste, tale disciplina appare focalizzata sulla celebrazione dei doni elargiti dalla natura: siano questi luce, aria, forza di gravità o i materiali che da essa riusciamo ad estrapolare. Non solo, la strada che l’architettura appare indicare è una strada che porta alla ri-esamina del legame tra luogo e spirito, tra territorio e vita, tra nuove modalità di condivisione e bisogni di accrescimento del singolo.

Siamo convinte che tutti abbiano diritto a beneficiare dell’architettura. Il suo ruolo, infatti, è offrire riparo al corpo ed elevare lo spirito. La bella parete esterna di un edificio procura piacere ai passanti. Lo stesso piacere è dato dalla vista di una corte attraverso un portale o da un luogo nel quale godere dell’ombra o da una nicchia che protegge”.

La sfida per una mostra di architettura, a differenza di quella che potrebbe caratterizzare una mostra d’arte, sta nel riuscire a rendere possibile immedesimarsi negli spazi di ciascuna delle sue proposte partendo dall’importante e non scontato presupposto che queste verranno osservate in un luogo totalmente diverso da quello per cui sono state concepite. Ecco allora che, specialmente se si pensa al tema proposto da Yvonne Farrell e Shelley McNamara, quando l’esperienza corporea del pubblico è posta di fronte a dei limiti molto chiari, la mente deve farsi trovare pronta per uno slancio non indifferente: è necessario compiere un rischioso atto di fiducia, se si vuol iniziare a credere ad un nuovo di modo di vivere lo spazio del mondo.

La nostra mostra intende celebrare l’importanza dell’architettura nelle nostre vite: solo se toccheremo davvero il cuore di quanti la vedranno fisicamente, o di chi leggerà a riguardo, avremo raggiunto gli obiettivi di comunicazione che ci siamo poste” – Yvonne Farrell e Shelley McNamara.

Per la Biennale di Architettura, Aurelio Galfetti, direttore e fondatore dell’Accademia di architettura di Mendrisio, ha realizzato e riprodotto un filmato di una sua straordinaria lezione tenuta a studenti e colleghi. La geniale energia creativa dell’architetto e la sua filosofia rappresenta il filo conduttore nella personale selezione che POPHouse Magazine ha deciso di proporre.

“Ebbene da cosa ha origine un progetto? Da una grande conoscenza, dalle vostre letture, dai vostri viaggi. Posso dire che per me l’origine di questo progetto scaturisce da cinquant’anni di viaggi lungo il Mediterraneo e questa risposta che ho amato per 50 anni deriva da uno studio quotidiano del rapporto tra nuova costruzione e paesaggio esistente, da una ricerca del rapporto tra spazio interno e spazio esterno”.  Aurelio Galfetti

Al centro della lezione di Galfetti vengono individuate due dimensioni: la prima, definita “dimensione cosmica, ossia spazialmente smisurata e legata a fenomeni quali il tramonto del del sole, l’incontro del cielo con il mare, il rapporto in natura tra l’orizzontale e il verticale – e un’altra dimensione “ben più ridotta”, legata al tangibile. Oltre a definire questi assunti come due estremi, Galfetti sottolinea la grande importanza che, durante la progettazione, assume la scelta del luogo. E proprio facendo riferimento all’esperienza che lo ha portato al concepimento del progetto della propria casa in Grecia, a Paros, spiega che: “E’ importantissimo definire il dove. Io ho scelto quel luogo perché cercavo il tramonto. Cercavo il tramonto perché immaginavo il primo uomo che ha capito che la terra gira attorno al sole e non viceversa”.

Per Galfetti, in sostanza, non esisterebbe altra posizione, per l’architetto, di quella al confine: al confine tra le definizioni, tra i limiti, tra l’immateriale e il materiale. Solo percependo la sottile differenza delle cose e rimanendo sensibili a ciò che vi è di preesistente, solo “rimanendone ossessionato” si potrebbe divenire artefici di qualcosa di nuovo.

Ed è all’interno di questo discorso che si inserisce il progetto del Padiglione Svizzero “Svizzera 240: House Tour” del team di architetti del Politecnico federale di Zurigo formato da Alessandro Bosshard, Li Tavor, Matthew van Der Ploeg e AniVihervaara.

Partendo dall’assunto che le pareti bianche di un appartamento non sono mai state pensate per essere guardate, la presenza di muri, porte, finestre e pavimenti diventano adesso il motivo per scoprire l’architettura. Ciò che è stato proposto per il Padiglione, insignito del Leone d’oro per la migliore Partecipazione Nazionale, non è infatti una “casa” ma la “visita ad una casa”, ad uno spazio delimitato all’interno del quale le persone non sono più inquilini, costruttori o acquirenti, ma soggetti nuovi: “turisti per le case”.

“State entrando in un’abitazione impossibile: a determinare come costruire l’installazione sono state immagini di appartamenti, non edifici veri e propri. Creando un labirinto di prospettive interne, viene presentata in forma di costruzione l’incapacità delle fotografie di comunicare scala, dimensioni, profondità o contiguità spaziale.” Alessandro Bosshard, Li Tavor, Matthew van der Ploeg e Ani Vihervaara

In risposta al tema della 16° Biennale, Caruso St Jojn Architects, assieme all’artista Marcus Taylor, hanno creato Isola per il padiglione Britannico. La visita al Padiglione è un’esperienza che tocca temi delicati come l’abbandono e la ricostruzione, il riparo e l’isolamento, il colonialismo, i cambiamenti climatici e la nostra attuale situazione politica. Scegliendo il percorso interno, verso gli spazi espositivi al pianterreno, ci troviamo al cospetto del vuoto, in un’eco di suoni e ricordi. Ma il padiglione non è solo isolamento e assenza: un nuovo spazio sul tetto, raggiungibile attraverso una scala, ci conduce ad uno spazio aperto verso il cielo, collocato tra gli alberi che crescono rigogliosi intorno alla costruzione.

Curata dal team formato da Momoyo Kaijima, con Laurent Stalder e Yu Iseki, il Padiglione del Giappone presenta 42 progetti realizzati negli ultimi venti anni da studi di design, università, architetti e artisti contemporanei attivi sia in patria che all’estero. Calandosi nel ruolo del fruitore, Kaijima si interroga sulla natura dell’architettura ed espone lavori e disegni riguardanti il processo di modernizzazione che ha investito il Paese nel ventesimo secolo. Sviluppando e approfondendo il dibattito sulla vita e sull’architettura, ciò che emerge è anche l’interrogativo del ruolo di quest’ultima nella società del futuro.

Strutture artificiose, simili a capsule spaziali. Risultano familiari ma allo stesso tempo evocative di un futuro che appare ormai prossimo. Il Padiglione dei Paesi Nordici (Finlandia, Norvegia, Svezia) presenta “Another Generosity”, un progetto all’interno della quale l’uomo viene considerato per la sua capacità di plasmare il mondo contemporaneo. L’impatto delle attività umane sulla geologia è così netto da alterare l’assetto del pianeta: siamo nell’era dell’Antropocene. E se l’antropocene sembra segnare il momento in cui l’uomo acquisisce il controllo sulla natura, esso rappresenta anche un’opportunità per ripensare il rapporto elementare tra i nostri edifici e l’ecologia. “Another Generosity” indaga la relazione tra natura e ambiente edificato e si interroga su come l’architettura possa favorire la creazione di un mondo in grado di sostenerne la coesistenza simbiotica.

All’interno di un presente in cui un muro in espansione segna la frontiera tra Stati Uniti e Messico, “Dimensions of Citizenship”, progetto del Padiglione Statunitense, ha deciso di assecondare i grandi dibattiti sulla cittadinanza nazionale e di proporre ad architetti e progettisti di immaginare che cosa significa essere cittadini oggi. Come può l’architettura forgiare ed esprimere le condizioni rizomatiche e paradossali della cittadinanza? Il padiglione statunitense esplora sette scale spaziali: Cittadino, Civitas, Regione, Nazione, Globo, Rete e Cosmo. Queste scale, passando dalla persona alla città e ai cieli, definiscono in senso lato la cittadinanza come argomento critico e globale. Le installazioni di architetti, paesaggisti, artisti e teorici, esaminano gli spazi della cittadinanza segnati da storie di disuguaglianza e da violenza su persone, su attori non umani e sulle ecologie. Le opere, sfruttano la mediazione disciplinare dell’architettura per rendere visibili i paradossi e le formulazioni dell’apparenza.

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