ELENA TONELLI / KYMA DESIGN – DESIGNER

2019-04-09T15:08:16+02:00

Y E BIT-HOME: PER UN DESIGN CHE AMBISCE A ESSERE PARTE DELL’INDIVIDUO

Scritto da Sara Bizzocchi. Servizio fotografico di Claudia Cucca.

In HabitatVivo, Elena Tonelli di Kyma Design, presenta nel soggiorno del loft, due progetti: Bit-Home e Y. Bit-Home è un modellino di casa mobile ecosostenibile mentre Y è il prototipo di un innovativo modello di forchetta che cambia formalmente e concettualmente il tradizionale utensile da tavola.

SB: Come si inserisce Bit-Home all’interno della mostra HabitatVivo?

ET: Quando mi hai proposto il tema della mostra ho pensato subito alla casa come uno spazio ricco di ricordi e di legami affettivi e ho ragionato su come le emozioni siano in grado in qualche modo di attivare lo spazio. Così ho pensato al fatto che è davvero difficile doversi staccare certe volte dalle proprie cose…Cioè, quando cambi casa, quello che provi assomiglia molto a un trauma! Siamo abituati a pensare alla casa come uno spazio statico, invece il tema proposto dalla mostra è quello di considerarla come organismo vivente. Bit-Home è concettualmente legato alla caratteristica delle testuggini di portare con sé il proprio guscio, la propria “casa”, quel luogo sicuro nel quale cresciamo, ci sentiamo protetti e con cui intratteniamo una relazione. Penso che il mio progetto si inserisca proprio in questi termini, proprio perché permette di portare con sé sia lo spazio fisico che tutte le emozioni e i ricordi che ci legano alla nostra casa. Oggi giorno sempre più persone devono spostarsi da un luogo all’altro, si trovano a volte costrette anche ad abbandonare la propria casa per trasferirsi in altre città. Ed è proprio in questo spostamento che interrompono il loro legame con la casa, con i ricordi ad essa annessi e si ritrovano a doversi ambientare in nuovi spazi. Quando si interrompe questo legame ci si sente un po’ spaesati, un po’ come quando ci ritroviamo in un posto che non conosciamo o a casa di qualcun altro…ci si sente sempre un po’ a disagio con gli spazi. Quindi penso che Bit-Home si inserisca bene all’interno della mostra perchè volevo sì che questo progetto fosse una casa a tutti gli effetti con minimi ingombri e con spazi essenziali, ma allo stesso tempo volevo dare la possibilità a chi abita questi spazi di essere circondato sempre dal flusso dei ricorsi che proviene dalla propria casa.

SB: Trovo molto interessante il fatto che un progetto di architettura sia partito dall’analisi di ciò che avviene in natura osservando la struttura anatomica delle tartarughe e che da lì tu abbia concepito un modulo abitativo trasportabile e adattabile a qualsiasi luogo.

ET: Sì, è nata proprio così, dallo studiare anche la relazione che intratteniamo con la nostra casa e i nostri ricordi. Gli oggetti che possediamo, non rappresentano soltanto loro stessi e la loro funzione, ma rappresentano soprattutto il ricordo che noi abbiamo di essi. Le nostre case hanno sempre una storia alle spalle, un ricordo, qualcosa che ci lega in maniera personale ad esse e alle sensazioni che proviamo. Mi piaceva l’idea che le tartarughe, per il loro assetto anatomico, si portino dietro tutto: “casa” e quella sensazione di “essere a casa”, che poi in un certo senso per loro è un po’ come dire “sono la casa”. Quello della tartaruga è l’esempio più concreto del fatto che l’habitat che ci sta intorno subisce le influenze della nostra entità corporea.

SB: È interessante anche il concetto di “casa nomade”.

ET: In Bit-Home, questo è un po’ il senso. Avere una casa che possiamo spostare per non rimanere sempre fissi in un solo luogo. Nella cultura italiana, sia nella parte tecnica di costruzione sia come pensiero, valutiamo la casa come un luogo fisso. Stiamo nella casa dei genitori, ereditiamo un appartamento dai nonni e costruiamo con dei materiali pesanti. Volevo ribaltare un po’ questo modo di pensare e costruire la casa perchè sento la necessità di lavorare su nuovi modi di concepire l’abitazione.

SB: Insomma mi pare di aver capito che ci sia da parte tua una notevole ricerca e sperimentazione sul concetto di casa e sul proporre nuove soluzioni abitative che di distanziano molto da quelle tradizionali, giusto?

ET: Sì, principalmente mi occupo di design, ma ho una forte passione per l’architettura e devo dire che è il campo in cui sperimento di più. Mi diverte pensare a forme non tradizionali e perciò ho bisogno di controllare più volte i miei progetti: perchè con le forme viaggio molto di fantasia! Comunque sì, il mio campo di ricerca mi stimola a creare nuovi modi dell’abitare. Il mio punto di riferimento in questo senso è l’approccio sperimentale dell’artista Andrea Zittel, alla quale mi ispiro spesso e con cui trovo delle affinità. Anche lei nei suoi lavori interviene sullo spazio, sugli oggetti che lo riempiono e sul concetto di casa…propone modelli abitativi diversi da quelli tradizionali. Anche se il suo intervento è principalmente artistico, trovo molto interessante e stimolante ciò che fa perchè il suo approccio è molto simile a quello di un designer o a quello di un architetto. Indaga la funzione degli spazi della casa, ma anche degli oggetti che marcano la vita quotidiana di ogni individuo, i principi ergonomici, il materiale di cui sono fatti, il riutilizzo e la sostenibilità.

SB: In occasione di questa mostra, ti ho chiesto di lavorare anche su Y, un progetto che stai portando avanti da due anni e che adesso è in fase di prototipazione. Y è una protesi per le dita studiata per cibarsi. Potrebbe, in altre parole, diventare un nuovo modello di forchetta. Le forme di Y mi hanno particolarmente incuriosita e per questo ti ho invitato a parlarne in un articolo di Novembre nel quale avevo espresso ammirazione, ma anche dubbi e incertezze. A partire dal primo modello di Y, nei mesi successivi, ti ho suggerito di svilupparne uno nuovo e devo dire che il lavoro è stato notevole!

ET: Esatto ed è stato stimolante lavorare nuovamente sulla modellazione di un oggetto di questo tipo. Il primo modello l’ho abbozzato circa due anni fa quando ero a Birmingham, tra una lezione e l’altra in una delle mie pause pranzo. In quel preciso momento stavo contemporaneamente rispondendo al telefono, disegnando e mangiando e mentre facevo tutte queste cose mi sono accorta che la posizione che assumevo per mangiare non era naturale. Non ridere! Succede quando si ha poco tempo e tante cose da fare! Ero scomoda e quindi avevo bisogno di trovare una soluzione diversa. Avevo bisogno di un altro tipo di soluzione per mangiare e lì mi è venuta in mente l’idea di una forchetta che si adattasse alla forma della mia mano e non il contrario. Quindi ho pensato che la forchetta doveva essere una sorta di protesi in grado di abbracciare le mie dita per far assumere, alla mia mano, posizioni più naturali. Per le azioni che stavo compiendo in quel momento, avevo la necessità che la forchetta rimanesse attaccata alla mia mano, come una protesi. Questi due anni di intensa modellazione 3D, mi sono serviti per chiarirmi meglio le idee sulle forme che volevo ottenere. Per il secondo modello di Y, avevo invece le idee già più chiare: l’ho modellato in una sola notte. Solo qualche settimana fa quando ho ritirato i prototipi, mi sono resa conto di quanto fossero interessanti le forme. È stato emozionante toccarne la superficie e soprattutto indossarli! Vedere i prototipi mi ha aperto nuove possibilità di creare altri oggetti di questa linea.

SB: Ad esempio?

ET: Ora mi sto concentrando sul coltello, abbastanza complesso per le forme che ho in mente, ma in progetto c’è anche la realizzazione di un cucchiaio.

SB: Guardando il prototipo del secondo modello Y sono arrivata alla conclusione che è un valido esempio di quello che Donald Norman definisce viscerale. Mi prendo la responsabilità di affermare che Y ha una potente carica erotica.

ET: Sì, le poche persone che fino ad ora l’hanno visto mi hanno detto la stessa cosa e sì, ho modellato certi dettagli con questa consapevolezza. È attraente, seducente. Non so darmi una spiegazione precisa però penso sia dovuto al fatto che le forme ricordano molto quelle del corpo umano. Y è il progetto che più rispecchia il mio modo di concepire il design. Gli oggetti che produco devono fungere da protesi per il corpo. Lavoro molto sia sulle protesi che sul corpo umano…per me gli oggetti e il corpo non devono essere due cose distinte a livello formale. E come designer sono alla ricerca di forme che si legano a quelle anatomiche.

SB: La mostra HabitatVivo indaga e riflette sulla relazione tra arte e design. In qualità di designer, quali sono le tue considerazioni in merito a questo intento?

ET: Arte e design sono due ambiti completamente diversi che si possono contaminare a vicenda. Il modo di lavorare dell’artista e del designer, potrebbe essere a volte molto simile. Per esempio trovo interessante l’opera “Kipple I.IV” che espone l’artista Andrea Barbagallo, perchè utilizza la tecnologia della stampa 3D che di solito viene utilizzata per costruire oggetti funzionali. Quello che l’artista qui realizza però è un’opera d’arte e non un oggetto di design. Quindi in questo senso l’arte può avere dei principi simili a quelli del design…il fatto di progettare e di creare. “Kipple I.IV” ha anche una funzione extra rispetto al suo statuto di opera d’arte: è anche un semplice contenitore stampato in 3D. Quindi l’arte può avere dei principi legati al design perché il design non è solo un oggetto funzionale, design può anche essere solo un concetto, un’idea, un prototipo. Arte e design si possono, dunque, influenzare molto. Per esempio ho lavorato molto sul concetto di arte e design accostando anche il mio modo organico di concepire il design in “Backout Prosthesis” che è una sorta di protesi funzionale utilizzata per le performance artistiche o per la danza.

SB: Prima hai citato la Zittel, penso sia un ottimo esempio in questo senso…

ET:  Sì, come dicevo prima il suo approccio pur essendo artistico ha molto a che fare con quello della progettazione. In qualità di designer penso che sia fondamentale oggi giorno cercare stimoli nuovi in campi molto diversi da quelli esclusivi del design.

Non riesco a immaginarmi un oggetto prettamente tecnico – industriale…forse è anche il motivo per cui non mi definisco una progettista industriale. Non tutti i miei progetti devono per forza arrivare ad essere funzionali. Molti rimangono solo prototipi che aspettano di essere terminati. Altri rimangono solo idee. I miei oggetti hanno tutti un’idea forte perchè quando lavoro non parto dalla forma o dall’oggetto che sarà, parto dall’idea…e penso che le idee sono di per sé il risultato di meravigliose contaminazioni. Ed è proprio nell’idea, in questa contaminazione che avviene l’incontro tra arte e design. Penso che HabitatVivo sia un progetto ambizioso nel suo intento di unire arte e design. È stato interessante notare la sinergia che si è creata nell’unire artisti diversi, con approcci completamente differenti.

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