CECILIA MENTASTI – VISUAL ARTIST

2019-04-09T15:15:49+02:00

“QUESTE PAROLE SONO PAROLE SBAGLIATE”: UN’OPERA CHE CRESCE, EPPURE A VOLTE SEMBRA MORIRE

Scritto da Brenda Vaiani. Servizio fotografico di Claudia Cucca.

Per la mostra HabitatVivo, Cecilia Mentasti presenta “Queste parole sono parole sbagliate” (2018), un’opera site-specific in cui una figura amorfa realizzata tramite l’utilizzo di materiali organici diventa la protagonista di un poetico dialogo con la realtà e le leggi naturali.

BV: Fin da quando abbiamo iniziato a concepire la mostra, ho tenuto in particolar modo al fatto che l’ambiente del bagno venisse coinvolto nel circuito. Le caratteristiche dello spazio garantivano secondo me una notevole quantità di sperimentazioni e altrettante possibili letture, ma rappresentavano anche una grande sfida, se teniamo in considerazione il piccolo perimetro e l’ingombrante presenza dei sanitari. Ho riflettuto sull’aspetto rituale che contraddistingue il tuo legame con gli spazi e mi sono detta che questo era esattamente il tipo di approccio di cui avremmo avuto bisogno.

CM: Quando si parla dei luoghi nei quali inserisco le opere per me è molto importante che tra queste, me e lo spazio ci sia un rapporto diretto, una sorta di “addomesticamento” reciproco. Questa mostra per me ha costituito un momento molto importante, che ha influenzato il mio modo di concepire il rapporto che ho con lo spazio e con l’abitare. è stata senz’altro un’occasione speciale, vista la vostra presenza come inquiline e per questo ho voluto che la scultura si inserisse nello spazio come una presenza un po’ torbida ma, in un certo senso amichevole. Una sorta di vostro coinquilino.

Non ho dovuto compiere delle scelte forzate per quanto riguarda questa scultura, diciamo che ho assecondato quella che mi sembrava essere la natura del luogo. Ho scelto di affidarmi ad una “presenza” e ad una ricerca preesistente, ma che ancora non aveva trovato il luogo giusto dove insediarsi come opera.

Questo lavoro è anche coinciso con un momento della mia vita in cui mi sono trasferita da sola in un luogo molto isolato. Ultimamente soffro di incubi. Perciò per me il bagno è diventato sin da subito un luogo di intimità e protezione, ma anche di stranezze. Mi riferisco alle notti in cui capita di svegliarsi improvvisamente e poco dopo di andare in bagno: in quel momento i rapporti che ho con le forme e con la realtà cambiano, tutto mi sembra alludere a qualcos’altro di sottilmente diverso e da artista lo trovo molto interessante. Queste suggestioni hanno dato alla mia scultura una forma che la rende sì qualcosa di insondabile, ma allo stesso tempo, paradossalmente, un essere familiare, pulsante. È sia viva che morta, sospesa nel suo spiaggiamento.

BV: Nell’installazione “Queste parole sono parole sbagliate” hai deciso di includere una scultura ritraente un essere dalle sembianze amorfe. Parlandone, spesso l’hai denominata “medusa”, il che mi porta a chiederti: qual è l’origine del legame tra te e questa creatura?

CM: medusa…Sì, io le chiamo meduse, sbagliando, per il bisogno di trovare un modo per rapportarmi a loro. In realtà una delle cose che mi affascina di più, in generale, è il fenomeno dello spiaggiamento degli animali marini e il cambiamento della loro forma come conseguenza di questo trauma. Perciò non mi sento interessata solo alle meduse, ma anche ai cetacei…che purtroppo non sono ancora stata tanto fortunata da poter vedere. Per quanto riguarda le meduse, invece, molti anni fa mi è capitato di poter osservare un grande spiaggiamento di meduse bianche, grandissime. Mi trovavo su una spiaggia oceanica. Ero bambina e…quell’immagine la porto con me con un grande senso di responsabilità nei confronti di quelle creature che dopo poco evaporano e spariscono, ignorate da tutti. La ricerca sulle meduse è qualcosa che è iniziato qualche anno fa e ho scoperto che per alcuni organismi come l’esemplare di “Velella-velella” lo spiaggiamento rappresenta una fase importante del proprio ciclo vitale. Questo dona una nota di positività alla mia ossessione per queste creature morte…come se nel dramma si presentasse una chance di sopravvivenza.

BV: Osservando le tue opere precedenti, appare evidente la predilezione per i materiali organici, i quali sono indissolubilmente legati a caratteristiche quali la fragilità, la delicatezza e la corruttibilità. Il confronto con questo spazio abitativo ha nuovamente confermato tutto questo, di fatti sei tornata all’impiego di materiali organici ed elementi naturali, in merito a questo quali sono state le tue considerazioni?

CM: Per la scultura vera e propria ho previsto la stesura della cera. Parliamo quindi di una pittura su tela, il grado zero della semplicità, ma anche di un materiale capace di restituire l’idea di epidermide, sia a livello di colore che a livello di tatto. Un altro motivo per cui anche in questa occasione ho scelto di impiegare materiali organici è il fatto di essermi dovuta confrontare con l’ambiente che, in maniera decisamente maggiore rispetto agli altri, pone il nostro corpo a contatto con lo scorrimento dell’acqua. L’inserimento nello spazio di piccole boccette contenenti del liquido è stata quindi una scelta istintiva e naturale. Avvertivo che ogni riflessione, ogni opzione riguardante l’opera a cui stavo lavorando coincideva perfettamente con l’identità dello spazio che avevo a disposizione.

BV: La mostra “HabitatVivo” indaga e riflette sulla relazione tra arte e design. In qualità di artista, quali sono le considerazioni in merito a questo intento?

CM: Mi sono inserita all’interno di uno spazio abitativo, perciò all’interno di uno spazio già vivo e caratterizzato dalla presenza degli oggetti appartenenti ai suoi inquilini. Questi ultimi apparivano prima di tutto come delle forme, per me. Delle forme che avrebbero influenzato e modificato la lettura della mia opera. È la prima volta che un mio lavoro si trova a dover condividere lo spazio con oggetti che appartengono volutamente al mondo del design. (si riferisce al mobile contenitore “Componibili” di Anna Ferrieri Castelli per Kartell presente all’interno del bagno della POPHouse). Anni fa mi è capitato di leggere “La caffettiera del masochista” di Donald Norman e ho pensato questo: come un oggetto di design deve raggiungere il grado massimo di funzionalità, allo stesso modo l’opera dovrebbe raggiungere un grado di essenzialità tale da farla aderire perfettamente all’idea.

Questo pensiero mi ha aiutato in un periodo in cui facevo molta fatica a focalizzare l’immagine finale del mio lavoro. Come nella fase progettuale che contraddistingue il lavoro del designer, ho iniziato a scremare, ad eliminare tutto ciò che all’interno dell’opera mi sembrava in eccesso. Eliminavo certo, ma non definitivamente: non senza avvalermi della libertà di poter riutilizzare quella “materia”, in altre occasioni future. è un discorso di pulizia che trovo essenziale, totalmente necessario.

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