GIUSEPPE AREZZI

By |2018-10-29T21:38:34+00:00ottobre 28th, 2018|Design, Numero 8|0 Comments

INTERVISTA AL DESIGNER SICILIANO NELLA SEDE DI POPHOUSE

Milano , IT

Giuseppe Arezzi

Giovane e contemporaneo, talentuoso e ambizioso: Giuseppe Arezzi (1993) è uno determinato, che sa il fatto suo. Guarda agli insegnamenti dei grandi Maestri con ammirazione e devozione, ma mai con nostalgia, e forse, proprio per questo, mi piace definirlo contemporaneo. Si racconta con lo sguardo sicuro di una persona che sa stare nel suo tempo, come pochi giovani designer che ho conosciuto nel mio percorso professionale.  

Siciliano di origine, trasferitosi a Milano per frequentare il Politecnico dove si laurea in Design degli Interni con una tesi intitolata Beata Solitudo. Questo progetto è un’ interessante e puntuale riflessione sull’abitazione-rifugio per eremiti contemporanei presentata poi al pubblico nel 2017 all’interno del progetto “Una stanza tutta per sè” a cura di Domitilla Dardi al “Cantiere Galli Design” di Roma.

Stoffa e carattere oltre che un curriculum di tutto rispetto: Arezzi è anche assistente dei Maestri De Lucchi e Branzi e della storica del design Francesca Balena Arista. Nel 2016 con il progetto Protoplast è stato selezionato dalla Triennale di Milano per la mostra “New Craft” della XXI Triennale nella categoria designer under 35.

Il giovane designer siciliano si racconta in questa intervista, realizzata a settembre nella sede di Pophouse.

Giuseppe Arezzi

SB: Mi piacerebbe partire proprio dalla Sicilia, in particolare da Ragusa, la tua città natale…cosa ti viene in mente se chiudi gli occhi e pensi alla tua Terra? Quali immagini puoi descrivermi? 

GA: Penso al bianco della pietra nei centri storici, alle luci calde dei lampioni che si accendono alla sera nei paesini…penso proprio a quest’atmosfera gialla, alle mie lunghe passeggiate mentre scendo le scale che collegano Ragusa superiore a Ragusa Ibla, e poi penso al cibo…alla cioccolata, ai cannoli dell’Antica Dolceria Bonajuto di Modica, alla granita pesca e basilico di Noto, alle arancine di Scicli, ai muretti a secco, alle mucche che pascolano nei campi, agli alberi di Carrubo ….poi penso al verde scuro, alle balle di fieno, al mare e ai tramonti al mare, in particolare ai tramonti visti da Punta Braccetto da togliere il fiato!…questo è un bell’esercizio, Sara, mi vengono in mente un sacco di ricordi. 

SB: È importante partire dalla tua Terra perché la poltrona Manic# (si legge Manico!), uno dei tuoi primi progetti, nasce proprio da lì.

GA: Manic# è nato come un progetto per un contest bandito nel 2012 da un noto negozio di mobili di Catania. Il contest richiedeva di realizzare degli oggetti che parlassero e raccontassero la Sicilia. Così ho deciso di raccontare la mia Terra con una seduta. Manic# vuole raccontare il passaggio dalla Sicilia rurale antica alla Sicilia contadina contemporanea. Quando ho iniziato a lavorare su questo progetto,mi sono immaginato un contadino seduto sotto un imponente albero d’ulivo ad osservare le moderne macchine agricole, sempre più sofisticate, che lavorano al suo posto. Così ho iniziato a progettare Manic#: una seduta realizzata con i tradizionali attrezzi agricoli, come i manici di zappe e rastrelli, utensili che hanno sempre fatto parte della quotidianità del contadino e che ora sono utili in un’altra forma e in altre funzioni. 

Manic# - Giuseppe Arezzi

SB: Nonostante sia un progetto di qualche anno fa sta facendo parlare di sé soltanto ora.  

GA: Sì, la prima uscita ufficiale nelle riviste di settore l’ha avuta solo quest’anno con la pubblicazione dell’articolo “Da sogno a realtà” su D Casa – La Repubblica nel numero di Aprile per il Salone del Mobile 2018. In questo articolo, scritto da Francesca Esposito, Manic# è stata definita “la sedia per contadini nell’era della rivoluzione 4.0”, questa è stata la prima uscita ufficiale nelle riviste di settore. Successivamente Domitilla Dardi, storica e curatrice della sezione design del MAXXI-Architettura di Roma, ha citato il progetto all’interno dell’articolo “Liquidi Confini” su Interni Magazine, mentre a settembre, la curatrice Margherita Ratti lo ha selezionato per esporlo all’interno della prima edizione di “Lake Como Design Fair” al Teatro Sociale di Como.

Manic# - Giuseppe Arezzi

SB: Il Politecnico ti ha permesso di venire a contatto con figure come Michele De Lucchi e Andrea Branzi, nomi importanti che hanno fatto la storia del design italiano.

GA: Li ho conosciuti da studente ora, da due anni circa, sono il loro assistente. Ricordo l’emozione della prima lezione in cui sono entrati entrambi, tremavo, avevo la pelle d’oca; ero emozionantissimo alla sola idea di affrontare un intero semestre con loro perché già sapevo cosa mi avrebbero dato. Sapevo perfettamente chi avevo di fronte. 

SB: Mi affascina la tua determinazione. Nonostante i tuoi venticinque anni ho davanti una persona estremamente convinta del suo percorso e sappiamo bene che oggigiorno è difficile incontrare persone giovani così consapevoli di aver intrapreso la strada giusta. Sembra che tu riesca a muoverti bene in questo contesto, ti stai creando il tuo spazio, la tua fetta di visibilità.

GA: Ti ringrazio, apprezzo molto che tu abbia notato in me questa determinazione. Diciamo che alla base c’è una forte spinta emozionale che mi porta a credere di aver intrapreso la strada che volevo fare. Ho iniziato a studiare design perché l’ho sempre voluto, ma sono fermamente convinto che tutto parta dalla passione che mi hanno trasmesso i miei nonni. Sono nato in una famiglia che ha sempre vissuto nel mondo del design: mio nonno fu uno dei primi imprenditori a portare il design italiano a Ragusa, dove aprì un negozio di mobili delle aziende più prestigiose, che allora erano sotto il grande cappello di Ottagono: Zanotta, B&B, Driade, Flos, Artemide…A casa di mia nonna c’erano pezzi di design…ricordo che mi piaceva dormire su Maralunga di Vico Magistretti e accendere la lampada Taccia di Achille CastiglioniSin da quando ne ho memoria, stimoli di questo tipo non sono mai mancati: da piccolino sfogliavo le riviste e conoscevo a memoria tutti i nomi delle tipologie di legno; ero fissato, e poi ricordo che mia madre a volte mi faceva disegnare con lei sul suo tecnigrafo. Quando poi mi sono trasferito a Milano e ho iniziato a frequentare il Politecnico per me era un sogno che si stava avverando. Ero felicissimo di fare parte dell’ateneo e soprattutto di essere a Milano, patria dei Maestri che conoscevo solo tramite le riviste che sfogliavo. Ho sempre studiato in maniera consapevole, volevo essere un designer e lo sono diventato.

Giuseppe Arezzi e Sara Bizzocchi

SB: Mi viene inevitabile menzionare un altro Grande Maestro, l’eterno Achille Castiglioni. Quest’anno è “l’anno di Achille”, cento anni dalla sua nascita: la Triennale di Milano gli dedica la mostra “A Castiglioni” curata da Patricia Urquiola e Federica Sala. 

GA: Castiglioni è il mio Maestro…è un po’ il Maestro di tutti a dire il vero, forse è anche questo a renderlo eterno. Di Castiglioni mi affascina l’aspetto ludico, questa curiosità nelle cose: vedere la parte ingegnosa degli oggetti quotidiani, tirarla fuori, e renderla l’elemento progettuale più importante in ogni nuovo progetto. È​ stato un onore quando, in occasione del centenario di Castiglioni, la Fondazione Achille Castiglioni mi ha invitato, con altri 100 designer del calibro di Piero Lissoni, Patricia Urquiola e Jasper Morrison, solo per citarne alcuni, a realizzare un biglietto di auguri assieme a un oggetto di design anonimo. Ho deciso di omaggiare Achille con il progetto “Paletta padella”, una paletta ricavata da una vecchia padella che ho trovato in un orto a Ragusa. Grazie a questa opportunità ho avuto il piacere di conoscere Giovanna Castiglioni, figlia di Achille, una persona a me molto cara; decisamente una figura carismatica, come il padre! Se dovessi pensare a un oggetto che mi lega profondamente a Castiglioni è il servo muto. Ricordo che i miei genitori ne avevano uno disegnato dal Maestro nella loro camera da letto. È un oggetto che mi ha sempre ammaliato, tanto che uno dei miei ultimi progetti è proprio Solista, un servo muto in legno, realizzato per un’azienda siciliana. 

SB: Proviamo a fare un paragone tra il tuo primo e il tuo ultimo progetto, quindi tra Manic# e Solista, il servo muto che hai realizzato. Quali potrebbero essere le considerazioni da fare? 

GA: Dunque…i miei progetti partono sempre da una ricerca di tipo antropologico. Ciò che studio è l’uomo contemporaneo. Questa ricerca poi si trasforma in oggetti formalmente essenziali; non mi piace gridare le forme. Voglio che  i miei oggetti siano sempre discreti, in grado di sussurrare, ma allo stesso tempo suscitare interesse, devono anche essere in grado di integrarsi con lo spazio domestico. Quando guardo Solista, il mio ultimo progetto, mi rendo conto che sono maturato dal punto di vista progettuale nel senso che gestisco le forme, le proporzioni e gli incastri in maniera più consapevole. In questo senso mi è stato molto utile lavorare e fare esercizio in studio da Francesco Faccin e da Emanuele Magenta.

SB: Quanti anni sono passati tra il primo e l’ultimo progetto?

GA: Sono passati sei anni dal primo all’ultimo progetto, un sacco di tempo. Diciamo che in questi sei anni sono rimasto coerente ad un approccio estremamente pulito, rigoroso nelle forme, antidecorativo, ed essenziale, ho sempre messo solo quello che serviva mettere. Sto lavorando molto proprio su questo, sul togliere sempre quello che non serve, tutto quello che è in più e che esula dalla funzione.

SB: Che ruolo hanno oggi le riviste di settore? Sono ancora determinanti nello sviluppo di tematiche che appartengono al design contemporaneo? Se penso a Casabella, Domus ecc, penso a delle riviste con un compito e una responsabilità molto importanti ovvero sia quello di raccontare i grandi nomi sia di fare scoprire ai lettori i nuovi talenti…in altre parole erano dei veri e propri trampolini di lancio. 

GA: Certe riviste sono ancora importanti, ma non più così determinanti. Se da una parte è vero che oggi è difficile emergere in Italia come designer, d’altra parte è anche vero che la nostra generazione ha a disposizione tantissimi canali e strumenti facili da utilizzare per farsi notare. Primo tra tutti Instagram…è nato come una cosa frivola, ma ora sta diventando un vero e proprio strumento di lavoro. Uso tantissimo Instagram, oggi è fondamentale, lo uso sia per pubblicare i miei lavori che per pubblicare casi studio che ritengo importanti. Per farla breve, raccolgo tutto quello che faccio e che mi rende curioso. Le immagini raccontano me in diversi modi. Molti designer, io stesso, lo usano come biglietto da visita, come moodboard o alla stregua di un portfolio. Inutile dire, le cose sono cambiate così come è inevitabilmente cambiato il nostro modo di percepire le informazioni. Siamo bombardati costantemente da immagini, e non applichiamo più la stessa concentrazione e la stessa attenzione alla lettura…possiamo dire che certi canali social sono diventati importanti al pari di alcune riviste di settore.

SB: Beata Solitudo è la tesi magistrale che hai sviluppato, un progetto che invita a riflettere sulle scelte di vita che si possono intraprendere in una società contemporanea. Sei partito dall’analisi della figura dell’eremita, come inteso nell’immaginario collettivo per trasporlo nella contemporaneità e ne hai realizzato un rifugio – abitazione autoportante, ecologico e antisismico. 

GA: In Beata Solitudo ho preso in esame l’eremita contemporaneo,  mi sono interessato a quegli uomini che oggi decidono di diventare eremiti. La scintilla che ha fatto scaturire questo progetto è stata una foto dello scrittore Tiziano Terzani, in solitudine con un laptop; un eremita contemporaneo a tutti gli effetti. La sua figura è diventata il mio ipotetico committente. Non mi è chiaro se il pc lo utilizzasse per collegarsi a internet o semplicemente per scrivere il suo libro; poco importa, mi ha illuminato in questo senso…gli eremiti esistono ancora, oggi si può essere eremiti anche con un computer. Si può essere eremiti senza vivere nelle grotte come si faceva un tempo, ma in una casa con tutti i confort. Ho quindi progettato un’architettura scomponibile e modulare, concepita come una serie di telai in legno combinati a materiali tessili di rivestimento.

Beata Solitudo_Giuseppe ArezziBeata Solitudo_Giuseppe Arezzi - Foto di Francesco Conti_2017_01Beata Solitudo_Giuseppe Arezzi_Una Stanza Tutta Per Sè a cura di Domitilla Dardi a Cantiere Galli Design_Foto di Francesco Conti_2017_05

SB: Chi potrebbero essere gli eremiti oggi?

GA: L’eremita contemporaneo è una persona colta, che coltiva i suoi interessi e che ama il bello. Per me può anche essere una persona che non per forza decide di vivere un’intera vita in solitudine…oggi si può essere eremiti anche per brevi periodi di tempo.

SB: Stai affermando che nella società “sempre online”,  è quindi possibile essere un eremita?

GA: Certo che è possibile! È anche una provocazione, con i miei progetti, voglio provocare, voglio mettere in discussione certi aspetti della vita contemporanea che ci riguardano molto da vicino

SB: Tu potresti mai essere un eremita contemporaneo? Compreresti il tuo progetto per vivere lontano da tutti?

GA: No, per ora non sento la necessità di isolarmi…probabilmente lo farei per brevi periodi, forse sì.

SB: Sei una contraddizione!

GA: Sono una provocazione, direi…

SB: A cosa stai lavorando ora?

GA: Da circa due anni sto lavorando al progetto di una torcia domestica che funziona con la tecnologia di ricarica wireless. Si tratta di una lampada che può essere spostata in tutti gli ambienti della casa. Contemporaneamente sto avviando delle collaborazioni con aziende made in Italy.

Intervista di Sara Bizzocchi

Editing di Federica Bertozzi

Servizio fotografico intervista: Martina dell’Utri

Fotografie progetti: Melissa Carnemolla, Carlo Giunta, Francesco Conti

Link:

www.giuseppearezzi.com

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