ARCHITETTURA E PAESAGGIO IN PRIMA LUCE

2019-04-09T19:58:17+02:00

INTERVISTA A FRANCESCA IOVENE, FOTOGRAFA DI ARCHITETTURA E CO-FONDATRICE DI CAMERAE MAGAZINE

Scritto da Brenda Vaiani. Fotografie di Francesca Iovene.

“Cosa vediamo quando guardiamo la città? Non quando cerchiamo di coglierla con un solo colpo d’occhio definitivo, ma nella successione degli sguardi comuni di ogni giorno? In quale modo lo facciamo? Applicando quali schemi? O più precisamente: cosa vediamo attraverso atti comuni che trasformano i dati percepiti in qualcosa di straordinario, conferendo ad essi una forma, una stabilità e una qualità che siamo abituati ad associare al concetto di paesaggio urbano?”

Tratto da “Dall’alto della città” di Michael Jakob

Impiegato per la prima volta da Georges Rodenbach nell’Avvertenza di un suo romanzo del 1482, la formula “paesaggio urbano”, ormai comune, rappresenta oggigiorno un importante tema di simposi, esposizioni, soggetto di accesi dibattiti e di studio di varie discipline, tra cui architettura, urbanistica, pianificazione del territorio, fotografia. Nel tentativo non solo di andare affondo nelle indagini e nelle riflessioni che ruotano attorno al concetto di “paesaggio urbano”  – e ovviamente alle esperienze ad esso legate – ma anche di mantenere ben salda la propria posizione di ascolto nei confronti dei protagonisti delle suddette discipline, POPHouse Magazine ha deciso, per l’occasione, di incontrare e dare parola a Francesca Iovene (Brescia, 1988) fotografa di architettura, collaboratrice di studi di architettura e design e fondatrice, dal 2016, di Camerae Magazine, una rivista online per cui fotografa e intervista artisti all’interno dei loro studi.

Francesca, seguo il tuo lavoro da diversi anni ormai… Questa “okonia”, questa tua osservazione attenta e sensibile appare in grado di intercettare le peculiarità recondite del paesaggio e dell’architettura ma oltre questo, ciò che emerge è anche una narrazione decisamente più poetica, legata alla tua esperienza personale. In questo senso, “Prima Luce” appare come un progetto fotografico molto complesso… quali sono stati i suoi sviluppi?

Prima Luce nasce quando Ikonemi, centro indipendente di fotografia di paesaggio con sede a San Benedetto del Tronto, indice una call per mettere insieme un gruppo di fotografi a cui affidare la realizzazione di un progetto fotografico nel territorio delle Polesine: ciò comprendeva quindi tutta la parte del Veneto, da Adria fino al Delta del Po. Durante quell’esperienza ho cercato di lasciarmi guidare da quello che mi colpiva e alla fine… sono tornata all’architettura: il mio occhio presto o tardi tornava a concentrarsi sulle cose costruite dall’uomo e sul modo in cui queste interagivano col paesaggio. Tuttavia non mi sono voluta fermare qui. Mi sono resa conto che le ore che mi interessavano di più erano quelle della mattina e della sera, del tramonto. Il mio sguardo si focalizzava su un’atmosfera, su una sensazione che riguardava la luce. Non la luce in generale, ma la luce che si legava a certe sensazioni che io ho vissuto in determinati luoghi, mentre osservavo le architetture e il paesaggio naturale. Mi sono proposta di essere oggettiva a livello di immagine, di ricostruzione di una situazione ma facendo trasparire anche certe sensazioni. È un po’ particolare come discorso. Se cammino in una certa atmosfera provo certe sensazioni a cui non posso non fare riferimento. Le sento tutte.

Come hai già lasciato intuire con la frase “tornare all’architettura”, tu nasci professionalmente come architetto. Com’è successo che ad un certo punto del tuo percorso hai scelto di dedicarti alla fotografia di architettura?

Beh non è una cosa così rara, sono tanti gli architetti che si sono avvicinati e continuano ad  avvicinarsi alla fotografia. Diciamo che molto spesso il rischio è quello di rimanere particolarmente legati ad un genere di fotografia che celebra l’opera architettonica, senza porsi troppe sfide a livello narrativo… Ed ho iniziato così anche io, ero assolutamente vincolata in questo pensiero. Io ho iniziato a fotografare, innanzitutto per sopperire ad una difficoltà che avevo nel disegnare. Era infatti una richiesta assai diffusa tra i docenti quella di far registrare agli studenti del corso le architetture che maggiormente li avrebbero colpiti. Appassionandomi sempre di più alla fotografa, ho iniziato anche ad addentrarmi dentro ad linguaggio architettonico più complesso. Ho iniziato a fotografare nel modo in cui avrei disegnato le cose: precise, ordinate, dritte, ma non solo. Ho capito che la fotografia era qualcosa di più. E penso di essere realmente sono all’inizio di questo percorso. Ci sono migliaia di modi per fotografare l’architettura: in modo più sensibile, atmosferico, oggettivo. Ciò che voglio è lasciare la mia firma documentaria anche in quella parte del mio lavoro che ha a che fare col commerciale.

Osservando le fotografie di altri progetti che hai realizzato, come quelle che hai scattato in Italia principalmente a Milano, ad Atacama, in America Meridionale e in Cile, è evidente che il tuo lavoro è caratterizzato da delle costanti. Trovo che le immagini dei luoghi che tu osservi, siano questi interni o esterni, siano accomunate da una sempre presente atmosfera di quiete e familiarità. Persino gli oggetti che includi nelle tue composizioni – biciclette, auto, sedie e che fanno ovvio riferimento alle persone, vengono avvolte da una misteriosa quanto benevola sospensione. Ciò che stai portando avanti, mi sembra, è un racconto che porta la firma decisa del suo autore, e che ormai hai iniziato da molto tempo…

Ho sempre pensato che la fotografia sia molto simile alla psicologia, nel senso che se osservi le fotografie di un fotografo e quelle sono autentiche, sincere e non sono retoriche perché non copiano niente, ma anzi, sono il frutto di un’evoluzione personale allora queste d’un tratto possono anche costituire un tracciato psicologico della persona. Penso che qualcuno, osservando il modo in cui fotografo, possa davvero capire qualcosa di me. Magari all’inizio della carriera di fotografo sei guidato da un desiderio di scoperta e fotografi proprio inseguendo quel senso. Ne parlavo recentemente con un mio amico fotografo… La scoperta è una cosa bellissima… e ne sono sempre stata attirata, ma in realtà sto capendo che è una cosa che può rendere le fotografie d’architettura e di paesaggio molto banali. Sì, la scoperta… arrivi in quel luogo, fai una fotografia e magari non guardi le cose nella loro interezza. Finisci per non interessartene più, quando i luoghi dovrebbero essere guardati e riguardati più volte. Venendo da architettura, inizialmente mi affidavo molto a questo senso di sorpresa. Dopo, quando ho iniziato ad avvicinarmi alla fotografia documentaria, ho iniziato a capire che c’è qualcosa di più, che puoi tirar fuori un racconto intero, da una sola architettura.

Credo che quando si capita in un luogo e lo si osserva, di quel luogo si percepisce prima di tutto una patina esterna visibile a tutti. C’è bisogno di superarla, di vivere ripetutamente il luogo per andare oltre, per avvertire un senso meno comune. Quindi, il fermarsi alla scoperta mi sembra che conduca per di più ad una visione superficiale del luogo con cui ci confrontiamo.

Sì ecco, magari un’immagine scattata assecondando il desiderio di scoperta, attecchisce di più proprio perché gioca su una riconoscibilità maggiore… Ma un’immagine non deve essere retorica. Vorrei davvero che la fotografia d’architettura non fosse solo questo, ma anche qualcosa di più interpretativo. Vorrei anche raccontarti questo…il ventisei Maggio inaugura una piccola mostra presso la Galleria 1+1[1] a Venezia presso la galleria 1P organizzata in concomitanza della biennale di architettura. In occasione di questa, sono stata incaricata, assieme ad altri due fotografi, Federico Torra e Giovanna Silva, della realizzazione di una fotografia che si legasse al concetto di “moderno” nell’architettura. Io ho scelto di realizzare la mia concentrandomi sulla chiesa di S. Giovanni Bono nel quartiere di Sant’Ambrogio, a Milano. C’è da dire che questa chiesa, nell’immaginario fotografico comune è caratterizzata da una visione frontale che la include alla fontana, costruita proprio davanti a lei. Io non ho voluto osservare la chiesa da lì, perché credo sia giusto voler cercare dei punti di vista diversi. Non sto dicendo che nessuno l’ha fotografata così prima di me, ma con questo volevo spiegarti che per me cercare dei dei punti di vista interessanti è importante quanto il voler mettere in relazione l’architettura con ciò che c’è intorno.

All’inizio di questa intervista avrei voluto chiederti perché, fotograficamente, hai deciso di avvicinarti al tema del paesaggio (urbano e paesaggistico), ma adesso credo che la domanda debba spostarsi più indietro, al perché hai scelto di studiare architettura.

Non so se riesco a darti una risposta razionale. Sono certamente legata al concetto di “casa”. Ne ho cambiate varie.. per carità, sicuramente meno di altri. Quando frequentavo l’asilo, i miei hanno deciso di trasferirsi in paese, ma poi dopo pochi anni sono tornata in città. Divenuta grande ho scelto di trasferirmi a Milano e qui ho cambiato casa innumerevoli volte… e nel frattempo anche i miei genitori hanno abbandonato il centro di Brescia. Insomma, ho iniziato presto a slegarmi dal concetto stesso di familiarità. Anni più tardi, per studio, mi sono trasferita in Cile un anno e lì ho abbandonato altri due posti che per un po’ ho sentito come casa. Diciamo che questo ultimo periodo mi ha spinto a ragionare molto sul concetto di casa… perché sì, quando sei lontano, proprio non puoi evitarlo. Con la giusta distanza io ho compreso affezionarmi molto ai luoghi fa parte di me, così come l’esigenza che ho a volte di essere malinconica e nostalgica. Avviene in modo istintivo e trovo che vada bene così, perché reputo che tutto questo sia per forza da giudicare in maniera negativa. Parlo spesso di emozioni legate agli spazi, tanto che a volte questi sembrano mancarmi quanto le persone stesse… (sorride)

Questo forse proprio perché gli spazi fanno continuamente riferimento ai rapporti che si sono instaurati o si instaureranno al loro interno. Senza parlare degli oggetti che vi sono raccolti e custoditi e che in qualche modo sempre ci rimanderanno ad abitudini, persone, affetti ormai lontani o mutati..

Esatto, mi lego agli spazi in modo molto particolare. Mi viene in mente un aneddoto… Proprio quando sono tornata dal Cile, dopo un anno, ho pernottato a casa dei miei genitori, che si erano appena trasferiti vicino al Lago di Garda. Ero lontana sia da Milano che da Brescia, le due città che raccoglievano tutti i miei affetti. Mi ricordo che la prima notte non riuscivo a dormire, per via del fuso orario. Ad un certo punto, avendo sete sono scesa dalla camera e ho iniziato ad attraversare questa casa che era nuova, dei miei genitori e non mia, ma che dovevo iniziare ad esserlo. Nonostante questo pensiero, non avevo la misura delle cose, non conoscevo il luogo delle cose, nemmeno quello dei bicchieri che ho cercato aprendo numerosi sportelli, senza alla fine trovarne neanche uno. E in quel momento ho provato delle emozioni davvero malinconiche. Questo per farti capire il modo in cui vivo gli spazi, e trovo che tutto questo in qualche modo dialoghi, non so… con l’ombra degli alberi che fotografo, sulla parete di un palazzo. Ovviamente tutti sanno riconoscerle e per me questo racconta un luogo, ma anche quel che c’è dall’altra parte. Una persona conosce la sensazione della luce che arriva sul tuo corpo dopo che questa è filtrata dai rami e dalle foglie degli alberi. Ciò che mi piace delle fotografie è la loro capacità di comunicare alle persone sensazioni che queste hanno già vissuto, all’interno dei luoghi.

Sei fotografa ma sei anche un cittadino. La tua professione ha in qualche modo influenzato le tue considerazioni sul paesaggio?

Non riesco molto a mettermi nei panni di un cittadino comune. Non per motivi particolari, ma anche perché quando sono andata a fotografare la chiesa, si è avvicinato un uomo che notando quel che stavo facendo si è soffermato a parlare con me della stessa. Quando gli ho detto che la trovavo bellissima, lui mi ha risposto: «Ma no, è bruttissimo il materiale, è grigio!…» che è il colore del calcestruzzo, una cosa che per me è bellissima! Parlavo con un artista, quando sono andata a intervistarlo per Camerae Magazine, un architetto nato e cresciuto nella periferia di Parigi che per il proprio lavoro si basa molto sulla densità dell’architettura urbana. Spiegava che quando Le Courbusier ha realizzato l’Unité D’Abitation e ha lasciato il calcestruzzo in vista in tantissimi punti, a tanta gente proveniente da realtà popolari – perché era un progetto nato per ceti anche bassi, giustamente – è venuto da pensare che queste abitazioni non fossero state completate o che comunque non fossero state realizzate con cura proprio perché destinate a persone povero. Questo per dirti che secondo me, se l’architetto non riesce a creare un dialogo chiaro con il suo pubblico, e quest’ultimo non riesce a capire, poi ciò che viene fuori è che certe architetture vengano considerate dai molti semplicemente brutte.

L’esperienza dei luoghi implica sempre una certa esperienza del tempo. Un tempo ampio credo… Consideri alcuni dei tuoi progetti chiusi?

Nessuno dei miei progetti ha un punto, per adesso. Il progetto sul Polesine potrebbe non finire mai, a differenza del progetto di Sant’Ambrogio. Anche per quanto riguarda il progetto sul Cile, ho deciso di darmi molto tempo per approfondirlo. Ormai sono un po’ di mesi che non torno in quei luoghi ma non è un problema per me, perché sto imparando a lasciar sedimentare un progetto, per poi riguardarlo con una certa distanza. Per capire cosa può mancare, cosa mi interessa… Mi viene in mente una frase che ho letto in un libro di Calvino.. credo fosse il Barone Rampante. Non ricordo bene, la parafraserò: «per vedere davvero le cose devi stare alla distanza necessaria».

Sito: Francesca Iovene

Note:

[1] Galleria 1+1

This website uses cookies and third party services. Ok
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: