ANDREA BARBAGALLO – VISUAL ARTIST

By |2019-04-09T14:50:03+02:00Aprile 13th, 2018|Architettura, Curatela, Design, Numero 5|0 Comments

KIPPLE I.IV: UN’OPERA MUTAFORME ALLA RICERCA DI IDENTITÀ POSSIBILI

Scritto da Claudia Cucca. Servizio fotografico di Claudia Cucca.

Per la mostra HabitatVivo, Andrea Barbagallo realizza un’installazione site-specif, parte della serie di opere “Kipple”. L’opera, posta nel confine tra interno ed esterno del loft, è una scultura realizzata con stampa 3D utilizzando materiali organici deperibili che riflette sullo statuto di opera d’arte e sulle relazioni che è in grado di interesse con l’ambiente in cui inserita.

Curatrice: Claudia Cucca

CC: Parlando subito della mostra, cosa hai pensato e come credi che la tua pratica artistica, in particolare “Kipple I.IV”, affronti il tema di HabitatVivo?

AB: Quando mi hai parlato di HabitatVivo l’ho interpretato proprio “in maniera” “Kipple” pensando a questo come a qualcosa che potesse collaborare con l’habitat circostante e pensando quindi al concetto di mutaforme: un’opera d’arte, o anche un oggetto in generale, che può mutare il suo statuto in base alle circostanze in cui si trova e allo spettatore che la osserva e che in primis ne determina l’interpretazione.

Mi interessava proprio il fatto che l’oggetto stesso potesse essere attivatore di situazioni, che fosse lui stesso un micro sistema collegato ad altri microsistemi.

Il tema della simbiosi con lo spazio è stato fondamentale riflettendo sul concetto di HabitatVivo perchè l’oggetto in questo caso si plasma e modella in base all’ambiente circostante e collabora con gli agenti esterni che lo influenzano. Il Kipple subirà nel tempo delle modificazioni che sono parte dell’ambiente e quindi, inevitabilmente, va a crearsi una relazione intima e simbiotica tra lo spazio e la natura biologica e mutaforme del “Kipple”.

Mutaforme perchè il “Kipple” è un’opera di tipo programmatico: parte con una programmazione iniziale, con delle basi e un rigore scientifico che però, col passare del tempo, può mutare e generare situazioni non controllabili.

CC: Il nome “Kipple”, compare in realtà nel romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” di Philip Dick, che riferimento c’è nella tua opera?

AB: Nel mio caso è una totale parodia del testo di Dick. Mentre nel caso di DIck, l’oggetto di scarto, che è di solito un oggetto di contenimento – una busta delle lettere, un incarto – perde la sua funzione originale e invade lo spazio impedendone l’abitabilità, nel mio caso invece, il Kilpple nasce già come un oggetto “smaltito”, non funzionale, ma ritrova funzionalità nella sua installazione/relazione con lo spazio. Questa poi non diventa reale, ma resta soltanto un’unione con l’ambiente e un rendersi, in un certo senso, un ospite desiderato.

CC: L’oggetto stesso ricrea, attraverso la sua influenza con l’ambiente, e maggiormente qua che è installato all’esterno, un nuovo habitat, lo trasforma e da questo, in un certo senso si lascia trasformare…

AB: Esattamente. è anche una riflessione sull’ulmwelt delle opere d’arte che investe poi anche altri miei lavori realizzati: ovvero come un oggetto artistico si relaziona con altri ambienti e nel farlo ne assume le forme, i principi regolatori.

CC: Vedendo il “Kipple” posizionato sul confine tra interno ed esterno della casa, ho pensato a come questo diventi una sorta di bacino in grado di assumere una funzione catartica e in un certo senso di come trasformandosi accogliendo le influenze esterne, sia allo stesso modo in grado di disperderle…cosa ne pensi?

AB: In realtà quando ho riflettuto sulla realizzazione di questi oggetti ho sempre pensato a un ciclo riproduttivo triadico. C’è sempre una mediazione tecnologica, che è un mondo di confine tra due identità: una più trascendentale e una più fisica del “Kipple”.

Il “Kipple” è una forma che si può definire ectoplasmica e cioè una realizzazione materiale di un ambiente spirituale. Qui interno ed esterno giocano non solo fisicamente, ma anche concettualmente.

Nel mio caso quando si parla di abitare è realmente un vivere all’interno di spazi, non si parla né di inglobare né di dominare, ma è un lavorare insieme.

CC: Questo è ancora più visibile negli altri tre “Kipple” che hai già realizzato e che sono installati proprio nella natura e sono ancora di più soggetti alla contaminazione e all’instaurare un dialogo forte con il contesto. In questo senso è anche interessante che alcuni di questi siano talmente immersi nella natura da risultare difficilmente raggiungibili dall’uomo…

AB: Assolutamente, l’idea era proprio quella di creare una crisi nella determinazione della funzionalità dell’oggetto. Non è solo una tautologia di senso, ma è anche un’affermazione di libertà per l’oggetto stesso: permettergli di vivere anche se il suo statuto non è chiaro, se non può essere definito un’opera da nessuno perché sfugge a un ambiente che lo decreta tale.

Ma questo permette anche un’apertura e una riflessione diversa.

CC: Tornando a parlare della mostra, che è stata pensata cercando di creare un dialogo tra arte e design, come percepisci questa relazione e come vedi inseriti i tuoi lavori in un dialogo tra questi due settori?

AB: Nel momento in cui realizzo questi oggetti, che non hanno ancora una programmazione iniziale, sono sicuramente inclini ad assumere molteplici funzioni e vivere diversi ambienti che possono essere anche ricollegati a oggetti di design, funzionali o meno.

Nel mio caso, la programmazione di questo oggetto come mutaforme e come biologico, permette al fruitore dell’opera di non riuscire a identificarlo precisamente e quindi può percepirlo anche come un oggetto di design: ha una ergonomia formale, ma non a livello biologico. Il rapporto che si crea è sicuramente un rapporto sia empatico che fisico.

Sicuramente queste opere hanno una componente oggettuale molto forte che li avvicina agli oggetti di design, ma allo stesso tempo se ne liberano proprio perché sfuggono a una classificazione precisa.

La tecnologia che in questo caso funge da mediatrice, favorisce l’interpretazione di queste opere come oggetti di design.

Quello che ho pensato di fare è stato entrare in questo mondo e cercare di scardinarlo e permettere così all’opera di influenzare tutto senza però farsi influenzare a sua volta.

CONTATTI:

NDRBARBAGALLO@GMAIL.COM

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